La storia

La scelta di vita di Franca e Carlo Travaglino

Nel novembre del 1969 due coniugi napoletani, CARLO TRAVAGLINO e FRANCA PESCE, lasciati gli agi e le sicurezze della vita occidentale, si trasferirono dall’Italia in Etiopia, con il preciso proposito di vivere un sogno: la fratellanza tra uomini diversi e dimenticati. Tutto ebbe inizio come  avventura di Fede nel Vangelo, vissuta da liberi battitori senza alcuna protezione umana,  sulla sabbia  nel deserto arabico sul Mar Rosso,  nell’area di Massaua, con malati di lebbra e diseredati,   reclusi in un apposito campo di concentramento recintato con filo spinato dopo essere stati rastrellati dalla polizia proprio perché poveri e affetti da lebbra.
E’ stato, ed è tuttora,  un  percorso lungo e faticoso ma pure entusiasmante di esistenza concreta di libertà da ogni condizionamento.
Tale decisione non era motivata dal vago sentimentalismo di fare qualcosa di buono per i poveri africani. Nasceva da una convinta visione teologica della vita in cui Dio è Padre unico di tutti gli uomini e la Fede si fa ogni giorno storia di amore vissuto per i fratelli. Il sogno iniziò in mezzo ad un gruppo di 36 malati di lebbra, soprattutto ragazzi e giovani, rastrellati dalla polizia sulle rive del mare dove arrivavano per cercare un po’ di sollievo al dolore causato dalla malattia e reclusi in un luogo enfaticamente denominato “Ostello di Massaua”: in realtà un campo di concentramento delimitato da un muro e da filo spinato, in una zona remota del deserto dancalo, non lontana dalle sponde del Mar Rosso, nell’area amministrativa di Massaua, allora cittadina etiopica.
Il contesto nel quale sopravvivevano i 36 reclusi era una realtà carica di laceranti problemi, di profonda angoscia e di tensioni causate dalla emarginazione e dalla mancanza assoluta di una vera assistenza alimentare, igienica e medica. Tutto, specialmente la dignità di uomo, era una parvenza e l’unica prospettiva di liberazione per i malati sembrava essere la morte.
Eppure, quel luogo di morte apparve a Carlo e Franca il più stimolante a suscitare la vita. Proprio lì, quindi, urgeva richiamare alla speranza uomini sofferenti, resi inerti e privati di ogni speranza dall’abbandono, dal disprezzo o, peggio ancora, dall’indifferenza di altri uomini. Il cammino si presentava irto, aspro per ogni tipo di difficoltà, ma doveroso e non impossibile.
I poveri, non come “meschini” da assistere, ma come persone che contano, insieme con le quali si possono sfidare in modo vincente le avversità del vivere quotidiano, costituirono, e costituiscono tuttora, la via maestra da seguire per i progetti di liberazione. La Fraternità fu la conseguente scelta “politica” come unica via possibile alla soluzione dei gravi problemi sanitari, culturali, riabilitativi pressanti sui dimenticati, reclusi nell’Ostello di Massaua.
Fraternità, non buonismo o tollerante pacca sulla spalla, ma impegno strenuo di volontà, coinvolgimento di cuori, superamento di divisioni, di differenze, di contrasti, lotta per il riconoscimento della dignità di uomo.
La definizione dei programmi, la elaborazione dei progetti, l’organizzazione delle metodologie e degli strumenti da usare dovevano partire dai bisogni dei poveri e dovevano essere risposta di giustizia al rispetto dei loro diritti fondamentali, stimolo di crescita del senso di responsabilità e di coscienza civica.
I primi obiettivi erano chiari, ben definiti:
– ricostruire o costruire la dignità di uomo, figlio di Dio;
– sviluppare la identità di persona in chi ne era stato ingiustamente defraudato solo perché malato e povero;
– coinvolgere le autorità governative e la comunità civile locale nel processo di liberazione da condizionamenti indegni e deprimenti ogni slancio di vita;
– reinserire gli “scartati” nella società come forza attiva, come risorsa umana capace di vivere sentimenti ed emozioni, di dare idee, di realizzare progresso per sé e per gli altri.
Fu abbandonato il mortificante metodo assistenziale e autoritario su cui si reggeva quella degradante struttura di ricovero per malati. Al suo posto fu adottato il metodo comunitario che responsabilizza nei doveri, genera parità di diritti, reciprocità nei rapporti e getta le basi per far fiorire la fratellanza.
I risultati positivi di tale cambiamento di rotta non si fecero attendere.

Nasce l’HEWO – Un percorso di fratellanza

La Comunità dei malati e degli emarginati con Carlo, Franca, loro figlio Francesco e fratello Eligio iniziò il processo di autorealizzazione in un continuo interagire con la società in cui operava e opera tuttora portando cambiamenti nel settore della sanità, dell’educazione, del lavoro. Nel 1974 questi servizi di fraternità ebbero il riconoscimento giuridico dalle locali autorità governative. Nasceva così l’H.E.W.O. ( Hansenians’ Ethiopian Welfare Organization ), una realtà giuridica che non ha termini di confronto, costituita da Comunità autogestite di persone semplici in difficoltà che lottano insieme per uscire dal disagio e dalla sofferenza.
Da oltre 45 anni l’H.E.W.O svolge, in Africa, un servizio di amore gratuito con Comunità di fratelli colpiti dalla miseria e dall’abbandono e da malattie gravi ( soprattutto lebbra, TBC, HIV-AIDS, patologie da severe carenze nutrizionali ).
Fin dall’inizio l’obiettivo è stato quello di mettere in moto persone bloccate, sequestrate e umiliate dalla dimenticanza sociale e dalla programmata emarginazione istituzionale.
Un percorso che ha comportato incertezze, assenza di garanzia economica e che si è sviluppato in un costante contesto di debolezza umana e di precarietà materiale, di contingenze e di eventi imprevedibili. Tuttavia mai è mancata la forza spirituale della Fede, della speranza e il valore vissuto della fraternità senza riserve; una fraternità vera ed autentica fatta di spartizione reale di ogni aspetto dell’esistenza.
Il comunitario costante obiettivo è stato il cambiamento di vita, la ricerca della libertà e della giustizia. Un lotta che ha registrato risultati significativi oltre ogni ottimistica previsione.

Eritrea – Regione del Tigray – Quihà/Mekele – Garbò

Si è partiti dall’Eritrea passando per la Regione del Tigray  a Quiha-Mekele nel Nord Etiopia e, poi, al Sud Est nella Regione Oromia nel Villaggio di Garbò-Wolisso, con la sola forza economica del lavoro comunitario e della libera fraterna condivisione di amici,  sono nati luoghi di cura con terapie specialistiche sempre aggiornate per malati di lebbra, di TBC, di AIDS e di altre gravi malattie infettive,  privi di risorse;  reparti di pediatria; programmi di chirurgia generale e pediatrica;  servizi ambulatoriali  di medicina generale e di odontoiatria;  servizi di riabilitazione psico-sociale con il reinserimento attivo nella società di chi era stato emarginato e impoverito;  centri di diritti e di educazione  per bambini  svantaggiati; attività artigianali; programmi di agricoltura di base. Inoltre, a Garbo, per la popolazione è stata costruita una piccola fabbrica  di blocchetti per  migliorare la condizione logistica delle famiglie, l’ampliamento della  “Casa dei diritti dei bambini” per assicurare ad un maggior numero di bambini poveri il rispetto del loro desiderio e diritto di essere avviati allo studio.

La Comunità di Quihà continua a svilupparsi

Nello Stato nazionale del Tigray nel Nord della Repubblica Federale Democratica di Etiopia, a QUIHA’, nella provincia di Makallè, l’H.E.W.O. risponde alla richiesta fondamentale dei malati poveri di essere presi in cura e alla richiesta di giustizia di bambini in disagio con un ospedale specializzato nella cura di malati di lebbra, TBC, HIV-AIDS e di altre patologie infettive, con un reparto di pediatria, con un reparto di chirurgia e con un “Centro dei diritti”, istituito per far conoscere e difendere i diritti disconosciuti, violati o minacciati dei bambini in età prescolare, provenienti da famiglie economicamente e culturalmente povere.
Completano questi servizi attività sociali lavorative per soddisfare i bisogni alimentari dei pazienti ricoverati e dei bambini che frequentano il Centro, quali un campo agricolo, un laboratorio per la conservazione della frutta e della verdura, una macchina per la produzione della pasta, un forno per la produzione del pane. È stato realizzato un laboratorio/scuola di maglieria per la formazione socio-professionale dei giovani e per la produzione di capi di abbigliamento, in cui ricavato è destinato al sostentamento della Comunità.
A GARBO’, un’area remota dello Stato Nazionale dell’Oromia, sempre nella Repubblica Federale di Etiopia, a circa 130 Km a sud di Addis Abeba, è operante un “Centro sanitario-socio-educativo”.
Qui i programmi sanitari di “medicina di base” coprono una popolazione numerosa, povera e tagliata fuori da ogni altro presidio sanitario.
In ogni Centro dell’H.E.W.O. i tre settori di operatività: sanitario, educativo, riabilitativo, non sono distinti e separati, ma momenti integrati dell’unico “progetto uomo”, accolto e amato nella sua integrità.
Particolarmente impegnativo e delicato, nell’H.E.W.O., è il processo riabilitativo perché coinvolge non solo la persona interessata, ma tutto il tessuto sociale nel quale debbono essere realizzati la riabilitazione e il reinserimento.

La riconquista della propria dignità

Gli interventi riabilitativi sono elaborati e condotti con la partecipazione attiva delle Comunità dell’H.E.W.O.
Essi non sono rivolti solo alla rieducazione motoria di meccanismi fisici o al solo apprendimento di un mestiere o al perfezionamento di una professione.
Vanno ben oltre.
Innanzitutto sono tesi a stimolare nei poveri, nei malati, negli emarginati la consapevolezza della propria dignità di uomo, non facile né comodo da riconoscere in un corpo deformato dalla malattia, in un volto sfigurato dalle lesioni o sotto i panni sporchi e laceri di un povero.
Dalla riconquistata stima di se stessi si passa a scoprire talenti, a sviluppare attitudini, a trovare in se stessi la risposta alle interpellanze della vita e a trasformare un male sociale, quali sono la disabilità fisica e la inadeguatezza del proprio ruolo, in una positiva risorsa di bene individuale e comunitario, in un servizio di fraternità.
Le Comunità H.E.W.O. sono Comunità di persone libere, non agganciate né a grandi istituzioni né a governi, disposte a pagare il prezzo della propria libertà.
Comunità nelle quali si vive giorno per giorno il miracolo della presenza di Dio, Padre unico degli uomini, i quali per questa radice unica si percepiscono e si trattano da fratelli.

La fraternità non finisce mai…

Da quel lontano novembre del 1969, il sogno iniziato in due, allargatosi a tre con Francesco, a quattro con fratello Eligio, oggi continua come realtà condivisa concretamente, oltre che dai membri delle Comunità, dai primissimi fratelli francescani di Santa Rosalia di Cagliari, seguiti subito da quelli dell’HEWO – MODENA.
 E poi, in questi 40 anni altre persone e gruppi hanno condiviso con Carlo e Franca un pezzo più o meno lungo della vita dell’H.E.W.O.
Sono tutte piccole entità, piccole cose in confronto alla molteplicità dei bisogni e alla complessità del “Progetto uomo dimenticato”, proprio dell’H.E.W.O.
Ma, ognuna di esse ha dentro una grande idea e una grande forza: “farsi fratello”.
 Un uomo semplice, un manovale, papà di una bambina del “Centro dei diritti dei bambini ” di Quihà, un giorno, durante un’assemblea, disse: “la fraternità non finisce mai”. È vero. La fraternità non è travolta dall’onda mutevole degli eventi e degli interessi personali. Essa è una fiaccola che si accende di mano in mano mentre le mani aumentano. È una sorgente di creatività positiva che non smette mai di sorprendere. La testimonianza di fraternità che salva, che si vive nell’H.E.W.O. e che non annulla contrasti e incomprensioni ma li trasforma in possibili incontri costruttivi, fa sperare veramente che un modo diverso di governare il mondo sia possibile. Chissà che dopo il fallimento storico del liberismo e dell’egualitarismo, propugnati dalla rivoluzione francese, non sia il caso di sperimentare, non solo nella vita di relazione spicciola di ogni giorno, ma anche a livello di politica delle nazioni, anche il principio della “fraternità”, magari congiunto a quelli della “parità” (l’uguaglianza è antistorica) e della “libertà”.
 È utopia? Spesso l’utopia è il motore che dà senso e direzione alla storia.