Un'esperienza di liberazione

Un’esperienza di liberazione

Carlo e Franca Travaglino hanno vissuto per quasi cinquant’anni (dal 1968) in Eritrea e in Etiopia con malati di lebbra, di Aids, di tubercolosi, impegnandosi in un processo di liberazione della dignità e dell’umanità di ciascuno. Il loro racconto ci aiuta a comprendere quali ricchezze possono scaturire da comunità che sappiano dare vita a esperienze autentiche di condivisione e fraternità.

«Ricordo che, poco tempo dopo il mio arrivo a Massaua, forte dell’entusiasmo iniziale, feci delle proposte ai malati sull’organizzazione del lebbrosario, ma loro non le accettarono, e proposero invece delle cose diverse, che attuammo e che si rivelarono assai efficaci. Io feci mia quella lezione, e imparai a spostare il centro da me alla comunità».

«Abbiamo imparato anche che, per amministrare i nostri ambulatori, i nostri ospedali, le nostre scuole, la disponibilità e la buona gestione dei mezzi finanziari sono importanti, ma non vengono per prime. Non sono garanzia di buon funzionamento. Perché non garantiscono lo spirito di fraternità. L’idea e l’impegno di una vita fraterna devono essere alla base di tutto. Se il punto di partenza è il budget economico, viene stravolto lo spirito di quello che si fa».

«Noi non siamo la malattia che ci attraversa e ci segna; la nostra vita è ben più ampia. Anzi, la malattia può essere l’occasione per cogliere ciò che veramente conta».

«I nostri fratelli, per poter veramente reggere di nuovo al confronto con i propri simili, avevano bisogno di un periodo di apprendistato lavorativo e soprattutto di riacquistare la stima e la fiducia in se stessi, la dignità di persone, così da non essere più ritenuti un peso per la società, bensì risorsa viva e attiva per sé, per la famiglia e per il villaggio».

«Pensammo che all’interno del Consiglio della nostra associazione ci dovevano essere i rappresentanti dello Stato, perché solo in quel modo avrebbero potuto prendere coscienza di quella realtà di esclusione. E poi, insieme, alla pari, con uguale diritto di voto, ci dovevano essere i rappresentanti eletti dai malati di lebbra. Scelti tra i malati stessi».

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