Il gigante della carità

Il gigante della carità

Carlo, un uomo eccezionale: nel 1969 con la moglie Franca parte per l’Africa e vanno a vivere in un lebbrosario… Un’esistenza tra i più poveri tra i poveri. Condividono la vita con gli ammalati, i disperati, i poveri. Sposi che spandono fragranza d’amore nei luoghi della violenza e della guerra. Genitori che concepiscono numerosi figli spirituali negli ospedali da loro fondati e che accompagnano paternamente e maternamente i tanti giovani che come volontari entrano a far parte dell’H.E.W.O., una grande famiglia che scelgono di fondare per organizzare la Speranza in quelle terre.

La necessità di un’associazione umanitaria perché capiscono che il bene va fatto bene e il cambiamento é possibile solo tessendo trame di unità e di comunione.
Ora Carlo ritorna alla Casa del Padre, Franca continuerà a stare qui e fino a quando il Signore vorrà il loro amore continuerà ad avvolgere tutta la Terra in un unico abbraccio.
Di lui ho sempre ammirato l’arte del prendersi cura. Non ha vissuto una bella vita, ma ha scelto una vita bella! Ciao, Carlo! Hai vinto: hai scelto la vita ed hai abbattuto la condanna all’infelicitá.
DA UNA LETTERA DI CARLO E FRANCA
«Era l’agosto del 1969, e proprio in quel lembo di deserto dancalo, sulla sabbia, presso Massaua si scelse la vita contro la condanna alla infelicità e al sopore mortale della disperazione di 36 diseredati malati di lebbra.
Il posto nel quale erano stati reclusi, quasi a vita, i malati di lebbra era denominato ufficialmente “ostello degli anziani”. In effetti il più … vecchio era poco più che quarantenne, inserito in una maggioranza di ragazzi e di giovani, maschi e donne,
Dopo aver reso quell’asfissiante reclusorio vivibile con il concorso di tutti, malati, operatori sanitari e noi due, aprimmo i cancelli e uscimmo dal recinto del cosiddetto “ostello degli anziani”, sotto la spinta dell’urgenza di realizzare il “sogno” di conquistare con gli esclusi e per gli esclusi il diritto di vivere da uomini liberi in un contesto sociale normale, comune a tutti gli uomini figli di Dio.
Dopo il deserto di Massaua, Asmara, Mai Habar, Mekele, Quiha, Garbò sono state e restano le tappe di questo lungo percorso comunitario di liberazione.
Contemporaneamente all’estensione geografica dei Centri di Comunità dell’H.E.W.O., l’interessamento a chi soffre si è allargato ad altre patologie infettive: TBC, HIV-AIDS, malattie veneree, dermatologiche, a malattie da denutrizione, malnutrizione e a bambini di famiglie disagiate e senza risorse.
Prendere in cura una persona impoverita, confusa, defraudata della propria identità, dei propri diritti e avvilita in un contesto di disprezzo, ha significato per noi soprattutto farsi carico della sua infelicità e inventarsi meccanismi, interventi, programmi e progetti di promozione umana per fare emergere potenzialità insospettate, sorgenti anche di gioia oltre che di risorse materiali.
Di questo cammino ininterrotto nel tempo, nelle spazio fisico e interiore, sarebbe troppo lungo descrivere i vari passaggi, le numerose e aspre sofferenze, le inevitabili cadute, gli errori, gli sforzi per non arrendersi e ricominciare, la volontà di rimanere fedeli alle scelte fatte personalmente e anche comunitariamente, i risultati felici di tanto dinamismo.
Inoltre il nostro linguaggio lo conoscete da anni. Perciò, pensiamo che per voi sia più interessante conoscere direttamente dalle parole dei nostri fratelli malati, più potenti di sintesi e di forza espressiva, quali erano la situazione fisica e il clima umano che si respirava un tempo e quali metamorfosi ha operato il pensare insieme, il progettare insieme, il fare insieme.
Parla in un incontro di famiglia, durante la “liturgia della Parola” in Mai Habar, Grasmac Kidané, ex ascaro, proveniente dal “ex reclusorio” di Massaua:
“ …a Massaua, nel deserto, per lavarci avevamo lo sporco, per mangiare la fame, per guarire la morte”.
Continua Assefaw Berhe, poliziotto per 21 anni in Asmara, il quale una volta ammalatosi di lebbra, aveva dovuto lasciare il lavoro: “Quando lavoravo in polizia, tutti mi credevano libero ed invece ero prigioniero; adesso che sono malato e ospedalizzato, tutti mi credono prigioniero e invece sono libero”.
Spesso abbiamo sentito dire che i Centri hanseniani di fratellanza sono delle piccole isole di vita felice in mezzo a lande di miseria e di sofferenza.
Non è così.
Bisogna guardare alla realtà dell’HEWO nella sua complessità e con occhi veramente attenti.
La miseria, la fame, la sofferenza, il degrado socio-economico-culturale permeano la società, specie quella di alcuni villaggi interni. Da questa realtà vengono all’HEWO, con le loro ferite e angosce, coloro che bussano e trovano aperti i cancelli. Subito per loro la Comunità dei Centri hanseniani diventa il luogo dell’accoglienza, il luogo della speranza, della rinascita, il luogo da dove guariti, arricchiti moralmente e di saper vivere tornano alle loro famiglie e ai loro villaggi e diventano essi stessi stimolo di sviluppo e di benessere.
I Centri hanseniani non sono isole felici, nemmeno esempi di perfezione.
Sono realtà umane, nelle quali la vita si dipana in tutta la sua varietà di aspetti e di complessità e si afferma più forte della malattia e persino della morte. E il dolore assume il senso del sacro, perché vissuto in silenzio, con dignità, con pensosità e contemporaneamente con la gioia di essere accolti come fratelli e con la speranza di poter nascere una seconda volta.
Un nostro amico etiopico, attualmente Ambasciatore a Washington, in occasione di una importante presentazione dell’HEWO, disse: “… io potrei parlare a lungo della Comunità, ma per definirla nella sua essenza, basta dire che l’HEWO è il simbolo della libertà e della fraternità in Etiopia”.
I pilastri che per tanti lunghi anni hanno retto e fatto crescere l’HEWO, ne hanno determinato l’identità e i valori fondanti, sono appunto la fraternità, il servizio di amore gratuito, la collaborazione a rendere liberi i fratelli.
Per tutti questi anni abbiamo vissuto in Comunità per difendere insieme i diritti dei diseredati e per collaborare a renderli persone dignitose, rispettate, entusiaste di vivere.
Ancora oggi nonostante le nostre energie siano fiaccate in maniera grave dalla malattia che viviamo come tempo di Grazia, dai limiti e dalla fragilità della nostra stagione ultima, interagiamo ogni giorno con le Comunità, garantiamo loro ogni possibile sostegno e continuiamo a batterci affinché il servizio di amore gratuito sia per tutti “dono e impegno”.
E oggi noi speriamo che questo “dono e impegno” siano l’eredità accolta che noi lasciamo a chiunque di voi sia innamorato del bene dei fratelli, specie se poveri, in modo che la natura e la fisionomia dell’HEWO resistano ai colpi devastanti della indifferenza, del volontarismo anonimo, della autoreferenzialità.
Dal profondo del cuore ringraziamo tutti voi che, faticosamente e perfino con fantasia, avete messo insieme con noi tasselli al grande, impegnativo mosaico della fraternità, vissuta in tutte le sue contraddizioni e non solo verbalmente annunciata.
Vi abbracciamo con fraterno affetto, augurandovi di poter vivere l’arte di essere se stessi, di godere sempre del consenso della propria retta coscienza, impegnati a rendere più leggera e amabile la vita di chi per qualsiasi motivo soffra.
E’ l’unica forma di felicità possibile a noi esseri umani.
Dio ci benedica tutti.
FRANCA e CARLO TRAVAGLINO»
Una testimonianza di Salvatore Purcaro
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